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Ringraziando Luisella Scrosati per l'ottimo lavoro catechetico e apologetico che svolge, proponiamo le sue lezioni sul tema della rivolta di Lutero contro la Chiesa Cattolica.
Lo facciamo raggruppando i suoi articoli in quattro parti.
Questa è la prima parte.
Le 95 Tesi di Lutero e la rottura con Roma
«Tre cose sono in vendita a Roma: Cristo, il sacerdozio e le donne. Tre cose sono in odio a Roma: un concilio generale, la riforma della Chiesa, e il risveglio della Germania. Tre mali mi auguro per Roma: la peste, la carestia e la guerra. È questa la mia trinità».
Il testo, tratto dalla Trias Romana dell'umanista tedesco Ulrich von Hutten (1488-1523) e scritto nel 1520, esprime senza troppi giri di parole come, in ampie parti degli innumerevoli ducati e principati che caratterizzavano l'area geografica dell'attuale Germania, fosse percepita la Chiesa di Roma.
Una linea di demarcazione tra l'aspetto propriamente teologico e morale di questo disprezzo e quello più propriamente politico-strategico è quasi impossibile da individuare, complice anche il fatto che, come abbiamo visto, il papato era considerato sempre di più come un concorrente politico, quando non un dichiarato antagonista.
Il 1520 fu anche l'anno in cui il monaco agostiniano, Martin Luther (1483-1546), manifestò al mondo la sua rottura con la Sede Apostolica.
Nella primavera di quell'anno, pubblicò la sua risposta, dall'eloquente titolo Contro l'esecrabile bolla dell'Anticristo (l'Anticristo era il papa, ça va sans dire), con cui Leone X gli intimava di ritrattare le proprie posizioni, pena la scomunica; nel mese di dicembre bruciò la stessa bolla nella pubblica piazza.
Nello stesso anno vennero pubblicate le tre opere che tracciavano le linee guida della rivoluzione: la lettera An den christlichen Adel deutscher Nation, con la quale incitava la nobiltà tedesca a sollevarsi contro i “tre muri” dei Romani, ossia il papa come ultima istanza nell'interpretazione autentica della Rivelazione, il papa come unica autorità per la convocazione di concili ecumenici e soprattutto la superiorità del potere spirituale su quello temporale; era piuttosto chiaro che, con quest'ultimo tema, Lutero intendeva offrire copertura teologica alla volontà politica dei principi tedeschi di mettere le mani sulla Chiesa.
La seconda opera fu il trattato De captivitate babylonica ecclesiæ præludium, con il quale andava smantellando il sistema sacramentale che, a suo avviso, teneva la Chiesa in esilio, lontano dalla libertà della parola e della fede; espunti dal settenario sacramentale l'Ordine, il Matrimonio, l'Unzione degli infermi e la Confermazione, in quanto sarebbero senza alcun fondamento biblico, per gli altri tre veniva rifiutata la dottrina dell'ex opere operato, mentre l'efficacia sacramentale veniva interamente riversata sulla fede di colui che si accostava a questi “sacramenti”: per il Battesimo, la fede di colui che lo riceveva o dei genitori; per la Penitenza, la fiducia nel perdono, senza alcuna funzione assolutoria del ministro; per l'Eucaristia, la fede di colui che riceve il pane “consacrato”.
Le virgolette sono d'obbligo perché, nell'insegnamento cattolico, Lutero vedeva una triplice ulteriore prigionia: quella di voler imporre l'ipotesi teologica della transustanziazione come se fosse vincolante; quella di tenere lontano i fedeli dalla comunione con le specie del vino, imponendo la comunione con la sola specie del pane; quella di considerare l'Eucaristia un sacrificio.
L'ultimo trattato del 1520 fu la lettera Von Freiheit eines Christenmenschen, con la quale si affermava la libertà del cristiano dalle opere, in virtù della salvezza che viene dalla fede. Le opere, nella visione di Lutero, rimangono come frutto del cristiano, ma perdono ogni valore salvifico.
Abbiamo parlato del 1520. Ma la cosiddetta “Riforma” non ebbe inizio il 31 ottobre 1517, quando Lutero affisse alla porta della cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi? A ben vedere, pare che Lutero non affisse proprio nulla. La ricostruzione che ne ha fatto il gesuita Giancarlo Pani sulle colonne de La Civiltà cattolica appare convincente (non senza qualche riserva su alcuni passaggi dell'articolo).
Il contesto, è bene ricordarlo, fu quello di una predicazione eccessiva e non del tutto “in squadra” sulle indulgenze. Giulio II necessitava di denaro per pagare gli ingenti debiti contratti per la costruzione della nuova Basilica sul colle Vaticano e chiamò in soccorso il popolo cristiano, legando delle indulgenze alle offerte di denaro.
Vennero inviati un po' ovunque dei predicatori, per incentivare i fedeli alla “generosità” e, in alcuni casi, non si badò troppo alla precisione dottrinale pur di far cassa.
A Wittenberg venne destinato il domenicano Johann Tetzel (1465-1519), sul quale si costruì un'ingiusta leggenda nera, ma che sembra non badasse troppo a insegnar alle persone che, per lucrare le indulgenze, occorresse essere in grazia di Dio e ricusare ogni affetto al peccato. Alcuni predicatori sembravano più dei contabili preoccupati di far cassa.
La prima considerazione sollevata da Pani riguarda la lingua scelta per queste “Tesi”: il latino, in effetti, non sembra deporre per una volontà di destinazione pubblica del testo, quanto piuttosto per considerazioni destinate al confronto con una cerchia ristretta di persone.
E infatti, in una lettera del novembre 1518 a Federico il Saggio (1463-1525), Lutero si scusò con il principe per non avergli inviato personalmente quelle Tesi che stavano facendo il giro del mondo, in quanto, nelle sue intenzioni, erano destinate ad Alberto di Brandeburgo Hohenzollern (1490-1545), arcivescovo di Magonza, e al proprio vescovo, Hieronymus Schulze (1460-1522).
A riprova della volontà di riservatezza di queste Tesi, si ha testimonianza anche dei “rimproveri” degli amici di Lutero, che si lamentavano appunto di non essere stati coinvolti in questa sua decisione.
Ad essi, in una lettera riportata da Pani, Lutero aveva così risposto: «Alla tua meraviglia perché io non abbia divulgato le Tesi a voi, rispondo: non era mia intenzione, né mio desiderio farle circolare […] Ma ora che vengono stampate e diffuse ben al di là della mia speranza, mi pento di questa mia creatura, non già perché non mi interessi che la verità sia conosciuta da tutti (che era anzi la mia unica aspirazione), ma perché una maniera del genere [di Tesi per una disputa] non è adatta per istruire il popolo.
Su alcuni punti infatti non sono sicuro io stesso: perciò, se avessi sperato un simile successo, alcune cose le avrei affermate in modo molto diverso e più esatto, o le avrei lasciate cadere».
Si tratta di documenti che sembrano suggerire che, all'epoca della stesura di queste Tesi, Lutero non avesse intenzione di arrivare ad una frattura né con il proprio vescovo né ancor meno con il papa.
Preso atto della diffusione delle Tesi e dell'entusiasmo che esse avevano creato, Lutero cercò di circostanziare meglio il proprio pensiero con un sermone pubblico e, per i “tecnici”, con le Resolutiones disputationum de indulgentiarum virtute; in una lettera indirizzata al papa, ancora protestava la sua fedeltà all'autorità della Chiesa e la sua volontà di rimanere fedele non solo alla Rivelazione, ma anche ai Padri e ai decreti dei papi.
Fu cinica strategia? O fu la sincera comunicazione della propria volontà? Difficile dirlo. Pani ha comunque ragione di far notare che «la diffusione delle Tesi, se non fu provocata da Lutero, non fu da lui efficacemente contrastata: l’attenzione rivolta alla sua persona fugò via via i suoi propositi di raccoglimento interiore e di ripensamento».
Detto in altro modo: l'essersi ritrovato investito del ruolo di “salvatore della Chiesa” non gli dispiacque affatto. Qualcun altro aveva spinto le Tesi di Lutero, ma l'essersi trovato al centro di un consenso tanto esteso e di fatto a capo di un movimento di contestazione della situazione in cui versava la Chiesa – condizione oggettivamente preoccupante – influì non poco nel portare il monaco di Wittenberg su posizioni sempre più estreme.
Fonte "Le 95 Tesi di Lutero e la rottura con Roma"
Johann Von Staupitz
Lutero prima del 1517, una vocazione non matura
Il precedente articolo ha posto attenzione al periodo 1517-1520, ossia gli anni che vanno dalla stesura delle 95 Tesi di Lutero fino alla pubblicazione dei suoi tre scritti di aperta rottura con la Chiesa.
A ben vedere però, nel 1515-1516, biennio in cui Lutero commentò la Lettera ai Romani di san Paolo, già troviamo tutti gli elementi fondamentali della sua dottrina sulla giustificazione.
Dal punto di vista del contenuto, Lutero (1483-1546) era già dunque eretico sei anni prima della scomunica, sebbene non avesse ancora posto in atto alcun gesto di aperta rottura con la Chiesa.
Cerchiamo quindi di capire qualcosa in più della vita e della formazione di Lutero in questi anni anteriori al 1517.
All'età di 18 anni si iscrisse all'Università di Erfurt per compiere gli studi di diritto, che dovevano essere preceduti dallo studio delle arti liberali.
Lutero si appassionò in particolare alla filosofia, che ad Erfurt, come in molte altre università, aveva ormai abbandonato l'approccio realista per seguire l'instabilità nominalista.
Conseguito il baccalaureato, nel 1505 iniziò ad insegnare arti liberali, ma improvvisamente decise di entrare nella vita religiosa. Cos'era accaduto?
Il 2 luglio, mentre stava rientrando da una visita alla famiglia, venne sorpreso da un violento temporale e un fulmine cadde vicino a lui; Lutero, comprensibilmente impaurito, invocò sant'Anna e fece voto di entrare in convento se si fosse salvato.
Appena quindici giorni dopo, lo ritroviamo a bussare alle porte del convento agostiniano di Erfurt. La repentina vocazione non dovette essere oggetto di particolare discernimento da parte dei responsabili dell'Ordine, dal momento che dopo appena un anno e mezzo Lutero poté pronunciare i voti e solamente quattro mesi dopo la professione, il 3 aprile 1507, essere ordinato sacerdote.
Gli studi teologici furono altrettanto rapidi: durarono probabilmente poco meno di due anni, dal momento che, nel 1508, l'Ordine di Sant’Agostino lo mandò all'Università di Wittenberg ad insegnare dialettica.
L'università era stata fondata appena sei anni prima da Federico II il Saggio (1463-1525), e non comprendeva tra le sue file un corpo docente particolarmente esperto.
Nel 1510 Lutero fu inviato a Roma in rappresentanza del convento di Erfurt, per risolvere una tensione interna all'Ordine, diviso tra osservanti e conventuali.
Lutero prese dapprima le difese degli osservanti, salvo poi cambiare repentinamente posizione al suo ritorno dalla capitale e appoggiare Johann von Staupitz (ca 1460-1524), vicario generale degli agostiniani in Germania e primo decano della facoltà di Teologia a Wittenberg, che sosteneva invece la linea conventuale.
Von Staupitz è considerato il “protettore ecclesiastico” di Lutero e a lui Lutero era molto legato, perché furono la vicinanza e i consigli di questo superiore ad averlo sostenuto durante la terribile crisi che egli visse durante i primi anni della sua vita conventuale, quando sperimentò una profonda angoscia per la propria salvezza.
Von Staupitz comprese l'abisso degli scrupoli in cui era caduto Lutero, ma commise una serie di errori piuttosto clamorosi, che costeranno assai cari alla Chiesa e alla cristianità.
Lutero era monaco da pochissimo tempo quando, nel 1506, i due si incontrarono per la prima volta. Se già desta qualche perplessità l'ammissione alla professione dopo appena un anno e mezzo di formazione di un giovane che non aveva maturato questa vocazione, ma aveva fatto un voto a Dio in una situazione di estremo pericolo, non può che lasciare perplessi la rapidità della sua ammissione al sacerdozio, posto che il vicario generale aveva già ricevuto le confidenze del giovane monaco sul suo travaglio interiore e aveva perciò avuto modo di poter constatare la sua complessione psichica, facilmente incline allo scrupolo e al turbamento.
Ancor meno giustificabile fu la scelta di von Staupitz di orientare la vita di Lutero verso gli studi, con lo scopo di distogliere la mente del giovane monaco dagli eccessivi e distruttivi dubbi sulla propria predestinazione; anzitutto perché i grandi maestri della vita spirituale insegnano che è soprattutto il lavoro manuale ad essere di aiuto ad una mente inquieta e ad un animo tormentato; secondo, perché la formazione teologica di Lutero fu frastagliata e il tempo dedicato ad una disciplina che necessita di tempo, tranquillità, costanza, assiduità con le fonti della Rivelazione, decisamente esiguo.
Basti pensare che Lutero vi aveva dedicato poco più di un anno prima della sua partenza per Roma e, una volta tornato, proseguì per poco tempo la sua formazione, e già nel 1512 iniziò ad insegnare teologia a Wittenberg, commentando la Sacra Scrittura.
Nello stesso anno fu nominato superiore del convento e, tre anni dopo, ispettore di alcuni conventi dell'Ordine. Anche l'opportunità di affidargli queste cariche destano più di una perplessità: Lutero era monaco da nemmeno dieci anni, con problemi interiori tutt'altro che risolti.
Fu proprio nel contesto di queste lezioni che egli commentò la Lettera ai Romani, come avevamo accennato all'inizio di questo articolo.
In questo commento ritroviamo non solo un insegnante privo della solidità di una formazione teologica approfondita e sistematica, ma anche un commentatore che decide di imporre al testo biblico la propria “ispirazione”, quella che sembrava aver dissolto d'un tratto le sue tenebre interiori: la giustificazione per la sola fede.
La comprensione unilaterale, distaccata dalla fede della Chiesa, di questa lettera paolina, la convinzione di aver ricevuto la missione di diffondere ovunque questa sua ispirazione singolare, lo rafforzarono nel suo zelo amaro di condurre il proprio Ordine alla presunta verità evangelica da lui scoperta.
Memorabile fu l'omelia che egli tenne il 1° maggio 1515 al Capitolo generale dell'Ordine, nel quale letteralmente inveì contro gli osservanti, bersagliandoli con ogni genere di “complimenti”: serpenti velenosi, codardi, traditori e perfino assassini.
La sua predicazione divenne sempre più un'occasione per puntare il dito contro tutti coloro che, ai suoi occhi, avevano la grave colpa di volersi salvare con le opere, ma che in realtà erano semplicemente monaci e cristiani che si sforzavano di vivere secondo le virtù evangeliche...
Ad aggiungere benzina sul fuoco fu il fatto che un'anima così tormentata da scrupoli e piena di agitazione venne altresì sottoposta ad un carico impressionante di impegni e incarichi, al punto che, in una lettera del 26 ottobre 1516, confidava all'amico Johannes Lang, priore del convento di Erfurt: «Ho di rado il tempo per recitare le mie ore [del Breviario] e di dire la mia messa».
È in queste condizioni che Lutero, nel 1517, si troverà di fronte alla predicazione delle indulgenze, che egli percepirà come una minaccia letale alla sua tesi della salvezza per la sola fede.
In questa battaglia riverserà tutta la veemenza e l'arroganza di cui aveva già dato dimostrazione, e ben presto si troverà di fronte ad uno scontro di natura teologica che egli era impreparato a sostenere.
Fonte "Lutero prima del 1517, una vocazione non matura"
La ragione separata dalla fede, i prodromi dello scisma luterano
Che il monaco agostiniano Martin Luther (1483-1546), nel periodo della diffusione delle sue 95 Tesi, non avesse intenzione di rompere con la Sede apostolica non significa che già non fossero presenti alcune spie che potevano far presagire il peggio.
Si è visto come la preparazione religiosa e teologica di Lutero sia stata lacunosa e non abbia tenuto in debito conto i tempi necessari di maturazione e purificazione di un'anima che mostrava tratti evidenti di un profilo nervoso e passionale, con gravi crisi di scrupoli.
La situazione disastrosa dell'Ordine agostiniano in Germania, che permette di spiegare almeno in parte la piega presa dagli eventi, si fece evidente anche in occasione del Capitolo generale che si tenne ad Heidelberg, nella primavera del 1518.
Le Tesi si erano già ampiamente diffuse e da Roma venne la richiesta all'Ordine di esigere da Lutero la ritrattazione delle proprie posizioni.
Ma anziché una sconfessione o almeno una rettifica, il Capitolo generale – che rielesse Johann von Staupitz come vicario generale – autorizzò Lutero a difendere le proprie posizioni, in quella che diventerà la famosa “Disputa di Heidelberg” (26 aprile 1518).
Non fu un caso che, in questa disputa, Lutero decise di non affrontare minimamente la questione delle indulgenze, sulla quale in realtà era stato chiamato in causa da Roma, ma preferì esporre quaranta tesi, sia di ordine teologico che filosofico, che mostravano ampiamente quanto si fosse già allontanato dalla verità.
Oltre ad una nuova difesa delle sue posizioni sulla giustificazione, Lutero offrì per la prima volta una sintesi della cosiddetta theologia crucis, in contrapposizione alla theologia gloriæ.
Si tratta in sostanza della negazione di un vero libero arbitrio dell'uomo dopo la caduta, della sua radicale incapacità di compiere qualsiasi bene, come anche del rifiuto del valore della ragione umana nella conoscenza di Dio e del bene.
Le tesi esposte nella Disputa sono il manifesto della radicale corruzione della natura umana e dell'ordine di creazione, sostenute da Lutero.
Von Staupitz e i vertici dell'Ordine non ebbero molto da ridire; al contrario, la Disputa divenne per Lutero una nuova passerella per guadagnare adepti tra docenti, soprattutto della Facoltà delle Arti, e studenti.
Dopo la diffusione delle 95 Tesi, la Disputa di Heidelberg costituì un'ulteriore decisiva spinta di diffusione delle nuove idee e di aumento di consensi, e non è lontano dal vero pensare che fu proprio da questo momento che Lutero realizzò di essere l'anima di un numeroso movimento nascente, che ormai non poteva più essere da lui “tradito”.
Nonostante tutto, a metà del 1518, ancora non si coglie in lui la volontà di creare una nuova chiesa, quanto piuttosto l'ostinazione di voler imporre il proprio pensiero teologico come l'unica ancora per salvare la Chiesa dalla sua crisi, crisi che da lui veniva sempre più identificata come espressione della teologia della “salvezza dalle opere”, in opposizione alla teologia della “salvezza per la grazia”.
Le voci del nuovo trionfo di Lutero giunsero a Roma e Leone X chiese al cardinale Tommaso De Vio (1469-1534), conosciuto come il Gaetano (o Caetano), di incontrare il monaco agostiniano faccia a faccia.
L'incontrò si tenne in Baviera, ad Augusta, il 7 ottobre 1518: raramente due personalità così opposte si sono incontrate nella storia.
Il Gaetano era un uomo pacato, di solida impostazione tomista, austero ma di mente aperta; Lutero era di temperamento nervoso, di impostazione nominalista, ostinato nelle proprie convinzioni, senza alcuna intenzione di ritrattare.
L'incontro non solo non portò ad una conciliazione, ma di fatto spinse Lutero ad un atteggiamento di sempre più aperta rivolta.
Fu proprio qualche settimana dopo l'incontro con il cardinale De Vio che Lutero iniziò ad etichettare il papa come l'anticristo, epiteto che sovrabbonderà d'ora in avanti sulla sua penna e nei suoi discorsi pubblici, e la Chiesa romana come una sorta di anti-chiesa.
Lui, Lutero, si autocomprendeva sempre più come incaricato di una missione divina, che ai suoi occhi riceverà una sorta di conferma proprio dalla scomunica che Leone X minacciava nella bolla del 15 giugno 1520.
Nel trattato Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca, Lutero rivelava ormai di aver indossato i panni del giusto perseguitato, forma mentis che lo radicherà irreversibilmente nella “sua causa”: «So che se la mia causa è giusta, dovrà essere condannata sulla terra e giustificata solamente in cielo da Cristo».
E aggiungeva: «La mia più grande inquietudine e la mia paura principale sarebbe quella che [la mia causa] possa restare senza alcuna condanna. Vedrei in ciò il segno certo ch'essa non sarebbe gradita a Dio».
Si può notare come, in questo testo, si ritrovi l'impostazione caratteristica di Lutero della contrapposizione tra opere dell'uomo e grazia divina, nonché tra ragione umana e fede, nel totale conflitto tra giudizio di quaggiù (il giudizio della Chiesa) e quello del Cielo.
Questa struttura teologica impedirà definitivamente a Lutero di comprendere le ragioni della parte “avversa”, di porsi in un atteggiamento di confronto, portandolo invece a vedere in ogni critica e in ogni provvedimento disciplinare la conferma della verità della propria posizione.
A rafforzare ulteriormente questa posizione, dal punto di vista del vissuto interiore di Lutero, troviamo la modalità con cui egli interpretava gli scritti di Taulero.
Il domenicano Johannes Tauler (ca 1300-1361) fu un importante mistico tedesco, discepolo “originale” di Meister Eckhart (1260-1327/8), che nella sua riflessione aveva insistito su due aspetti principali: la totale passività dell'uomo davanti a Dio, nella rinuncia all'esercizio delle proprie facoltà, per giungere all'unione; la necessità di prove molto dolorose, interiori ed esteriori, per coloro che sono chiamati a tale unione, prove che divengono dunque il segno dell'elezione alle alte vie della mistica.
Lutero riteneva Taulero il più grande teologo di tutti i tempi e poneva la sua teologia in netta contrapposizione con la Scolastica; ma soprattutto vedeva nei suoi scritti lo specchio della propria personalità e situazione.
Un'incauta trasposizione dei principi della teologia spirituale nella dogmatica fornì all'agostiniano sia un ulteriore supporto alla propria convinzione dell'inutilità e addirittura della dannosità dell'intelletto e della volontà umane nella vita di fede e nella riflessione teologica, sia la radicata persuasione che le prove che Lutero aveva sperimentato nei primi anni di vita religiosa e le “persecuzioni” che ora stava subendo fossero segnali della bontà della missione che gli era stata conferita dall'alto.
Si venne a creare così un circolo vizioso tra la sua problematica personalità e la sua non meno preoccupante teologia; circolo altresì serrato, che respingeva ormai a priori qualsiasi tentativo di correzione che gli proveniva dai suoi interlocutori; i campi erano nettamente divisi: lui era l'uomo investito da Dio di una missione che non poteva essere compresa e accolta, ma solamente ostacolata e perseguitata da una chiesa corrotta e corruttrice, da un papa che altro non era che la presenza dell'anticristo in terra.
Fonte "La ragione separata dalla fede, i prodromi dello scisma luterano"
Lutero e la propaganda per istigare i principi tedeschi
Basta l'eresia per fare l'eretico, ma non basta l'eresia per creare uno scisma profondo e vasto come quello luterano. La crisi ariana insegna che l'intervento di forze secolari, particolarmente attente ai danni o benefici economici e di potere che si possono generare dalla divisione dell'ecumene, è un fattore decisivo per il dilagare della rivoluzione religiosa.
Il profilo teologico e umano di Lutero non sarebbe sufficiente a spiegare quel movimento rivoluzionario che è sorto dalla sua ribellione e ancor meno le sue conseguenze nefaste per la storia europea e mondiale. I princìpi di Lutero sarebbero semplicemente finiti in un dizionario delle eresie cristiane se essi non avessero abbracciato gli interessi dei prìncipi.
Questione di accento. Un abbraccio tra princìpi e prìncipi che non fu affatto casuale, né l'esito imprevisto dell'azione “riformatrice” del monaco agostiniano: vi è più di un indizio a suggerirlo.
Torniamo ad uno dei tre scritti fondamentali che segnarono la rottura del 1520: la lettera An den christlichen Adel deutscher Nation (Alla nobiltà cristiana della nazione tedesca).
Questa lettera permette di comprendere come l'opera di Lutero divenne sempre meno teologica e sempre più propagandistica; egli fu abilissimo nello sfruttare l'avversione già molto presente nel mondo germanico nei confronti dei «romanisti», pizzicando le corde tese dei “nobili cristiani”: potere e denaro.
Qual era la situazione all'inizio del XVI secolo nel Sacro Romano Impero della Nazione germanica? Le proprietà della Chiesa tedesca erano veramente ingenti: circa un terzo della ricchezza dell'Impero era nelle mani della Chiesa. Qualche secolo prima, allorché Ottone I (912-973) decise di istituire le figure dei vescovi-conti, la tensione tra Chiesa e Impero si fece particolarmente acuta, dando origine a quello scontro che va sotto il nome di “Lotta per le investiture”.
All'epoca di Lutero, questi vescovi-conti erano ancora presenti e potenti, particolarmente impegnati a riscuotere le imposte e rivendicare i propri diritti feudali piuttosto che dedicarsi alla cura pastorale dei cristiani.
Ecco rapidissime pennellate che però ci permettono di comprendere il contesto nel quale Lutero accende la miccia: «Qual vantaggio viene alla Cristianità da coloro che sono chiamati cardinali? – domanda Lutero ai nobili tedeschi. Ve lo dirò io. Le terre tedesche e latine hanno molti ricchi monasteri, conventi, feudi e parrocchie; ora non si è trovato meglio per darli in mano a Roma, se non inventando dei cardinali e dando loro vescovadi, conventi e prelature, col risultato che il servizio divino fu trascurato. Per questo ora si vedono le terre latine ridotte a deserto, i conventi cadenti, i vescovadi sperperati, i redditi delle prelature e di tutte le altre chiese andare a Roma, le città crollano, terre e genti vanno in rovina, perché non si hanno più né servizio divino né prediche».
Si inizia ad intravedere lo stile Lutero: mezze verità inframmezzate a intere bugie. Roma diveniva magicamente l'unica responsabile dello stato di abbandono dei cristiani tedeschi – di cui Lutero stesso fu il frutto – e lo era diventata per mezzo del cardinalato, nato quasi mille anni prima...
Non solo, ma i cardinali, sulla penna di Lutero, con la loro brama di ricchezze, sarebbero persino gli avamposti dell'Anticristo, ossia del Papa; “prova” ne sarebbe il fatto che «l'Anticristo deve avere i beni della terra, come è stato preannunziato».
Lutero decise di abbandonare la teologia per darsi alla propaganda religiosa: una propaganda a tutti gli effetti di regime, essendo indirizzata e posta a supporto della brama di autonomia e potere dei principi tedeschi. Il linguaggio di Lutero non voleva comunicare verità, ma suscitare emozioni di indignazione e disprezzo, evocare immagini oscure nella fantasia dei lettori.
Per questo creò un frasario tipico della propaganda, aggressivo e suadente, necessario per reclutare persone che non badano troppo alla precisione e alla distinzione. La Chiesa cattolica veniva così ridotta ai «romanisti», il papa era «l'Anticristo», le verità di fede divennero «astuzie del demonio», il primato petrino decadde in un «peccaminoso e diabolico governo romano»; i suoi avversari erano sempre descritti con enfasi pesantemente negative, come immorali, ignoranti e corrotti.
Anche l'altra opera dello stesso anno Von Freiheit eines Christenmenschen (Sulla libertà del cristiano), non risparmiava complimenti: «Non è forse vero che non vi è nulla sotto il vasto cielo di più malvagio, pestifero e odioso della corte romana? Essa supera di molto l'empietà dei turchi».
Per vincere ogni remora da parte dei prìncipi, Lutero non si faceva scrupoli di saccheggiare continuamente la Sacra Scrittura per convincerli del loro diritto-dovere di usare la spada a servizio della purificazione della Chiesa; poiché «papi, vescovi e tutti gli altri dotti» non si occupano della Chiesa, «agisca allora la gente e la spada temporale, senza guardare alle loro scomuniche e maledizioni, perché una scomunica ingiusta è meglio di dieci giuste assoluzioni, mentre un'assoluzione ingiusta è peggio di dieci scomuniche giuste.
Perciò svegliamoci, miei cari tedeschi, e temiamo Dio più che gli uomini». Si tratta di una “chiamata alle armi”, nella quale ritroviamo un altro classico motivo di ogni scisma nella Chiesa: la giusta causa rende ingiusta ogni sanzione dell'autorità, la quale non ha più agli occhi di Lutero alcun credito; anzi, essere scomunicati da un'autorità corrotta equivale a ricevere una medaglia, equivale a temere Dio.
Lutero non mancò di servirsi della comunicazione per immagini dell'epoca, mezzo potentissimo per arrivare dritto all'emotività delle masse senza passare per il filtro della ragione. Nel 1521, dopo aver ricevuto la condanna da parte della Dieta di Worms, “rapito” da Federico di Sassonia, che lo tenne al sicuro nel castello di Wartburg, Lutero, insieme all'amico Filippo Melantone (1497-1560) e al pittore Lucas Cranach il Vecchio (1472-1553), pubblicò il pamphlet Passional Christi und Antichristi (nella versione latina Anthitesis figurata vitæ Christi et Antichristi).
Si tratta di ventisei xilografie che illustrano in antitesi Cristo e l'Anticristo (ossia il papa, in particolare Leone X, piuttosto riconoscibile nelle raffigurazioni), nello stile di quello che sarà poi il mezzo privilegiato di giacobini e rivoluzionari per infamare la Chiesa e il papa.
Visto il successo – dieci edizioni in pochi anni! –, nel 1523 il trio replicherà con un'opera analoga dal titolo eloquente: Der Bapstesel zu Rom – L'asino papa di Roma (foto in alto).
Lutero ormai non era più il monaco scrupoloso in preda ad una lotta interiore; né il semplice sostenitore di una misericordia divina che copre il male degli uomini, senza trasformarli interiormente: egli era ormai a capo di un movimento rivoluzionario e agiva a tutti gli effetti da Agit-Prop ante litteram. E la sua “teologia”, come vedremo, sarà il supporto atteso dai prìncipi tedeschi per liberarsi dell'influenza romana e accaparrarsi le ricchezze della Chiesa.
Fonte "Lutero e la propaganda per istigare i principi tedeschi"
2025-03-26
Autore : Luisella Scrosati
Fonte : La Nuova Bussola Quotidiana